Inauguriamo la collaborazione di Angela con una sua riflessione sulle illusioni che il nostro futuro sarà esattamente come lo immaginiamo noi.
L'illusione è sempre frutto di una pregressa fantasia, lavoro di immaginazione, in quanto, di per sé, estensione del momento presente. È sostanzialmente una protesi di noi stessi, che ci proiettiamo in un momento futuro e in una realtà assolutamente indefinibili, in parte causali, ma anche frutto di azioni e scelte che ancora non abbiamo compiuto, ma in questa autoillusione tutto è irrazionalmente assiomatico per noi.
Consideriamo già vere o false tutte le variabili future sulla base delle costanti presenti e della nostra abilità nel creare percorsi anticipatamente tracciati. Tutto è come vorremmo che sarà, mettendoci anche una buona parte di egosintonia, costruendo un mondo basato sui nostri bisogni da soddisfare, che in quel tempo futuro saranno obbligatoriamente aspettative esaudite.
Ci nutriamo dell'illusione in quanto, pur sapendo inconsciamente che potrebbe non verificarsi quello che ci aspettiamo, è necessario per orientarsi nell'attimo presente da vivere, per questo non la ritengo necessariamente una fuga dalla realtà, ma più una forma di aspettativa che diventa convinzione; senza di essa il futuro sarebbe solo una schermata grigia, un continuum di aut-aut, e non potremmo sapere quale corno del dilemma sceglieremo, e a cosa porterà.
Chiaramente non lo possiamo sapere nemmeno illudendoci o sognando, ma almeno diamo una vernice e un colore alla nostra vita futura, sia che divenga corrispondente ai nostri desideri, sia che non lo diventi.
L'importante è considerare sempre l'esistenza di condizioni aleatorie che possono impedire il verificarsi degli eventi. A quel punto subentra un'altra facoltà importantissima dell'uomo, l'adattabilità, quella che ci consente di far fronte a dinamiche del tutto impreviste, facendole diventare gestibili.
Nel momento in cui avviene la disillusione abbiamo sempre la capacità di sopravvivere in altri modi, trasformando a volte anche parti del nostro sé per poterci adattare a ciò che il futuro ci propone.
Questo è un ragionamento del tutto personale, non ho mai studiato né filosofia, né psicologia.
Angela
Blog collegato al gruppo Facebook Un gruppo chiuso. Per persone chiuse e alla pagina Facebook Ansia sociale, fobia sociale, evitamento. Si parla di ansia sociale, fobia sociale, personalità evitante, timidezza, introversione ma anche di disturbi psicologici e psicologia in generale. Qualche divagazione di tanto in tanto su altri temi.
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sabato 18 gennaio 2020
giovedì 16 gennaio 2020
Paura del destino
Tomas ci propone un'altra citazione di Carl Gustav Jung. Non mi sentirei di scrivere nemmeno queste pochissime righe di commento, perché davvero in questa citazione sta gran parte del dramma della vita di molti introversi e sociofobici, affamati di vita, ma incapaci di viverla appieno. Direi che in parte la causa è da rinvenire nella natura stessa dell'introversione (e tanto più della fobia sociale), ma in gran parte, e qui mi limito a parlare degli introversi, la scarsa comprensione della natura di questa "cosa" misteriosa che abbiamo dentro, che tutti sembrano disprezzare, chiude all'introverso la porta di molte esperienze che, in realtà, potrebbe benissimo fare. Altro cosa, credo, è quell'eterna esitazione che non ci permette di lanciarci nemmeno in acque tranquille, per paura di fallire. Non so se sia tipica degli introversi, ma mi ci ritrovo appieno, meno di un tempo, ma è comunque un tratto ancora molto presente in me.
La paura del destino è un fenomeno assai comprensibile, perché il destino è incalcolabile, incommensurabile, pieno di pericoli sconosciuti. L’eterna esitazione del nevrotico a lanciarsi nella vita è prontamente spiegata da questo desiderio di stare da parte per non essere coinvolto nella lotta pericolosa dell’esistenza. Ma chiunque rifiuti di fare esperienza della vita deve soffocare il proprio desiderio di vivere - in altre parole, deve commettere un parziale suicidio.
Giacomo Tessaro
La paura del destino è un fenomeno assai comprensibile, perché il destino è incalcolabile, incommensurabile, pieno di pericoli sconosciuti. L’eterna esitazione del nevrotico a lanciarsi nella vita è prontamente spiegata da questo desiderio di stare da parte per non essere coinvolto nella lotta pericolosa dell’esistenza. Ma chiunque rifiuti di fare esperienza della vita deve soffocare il proprio desiderio di vivere - in altre parole, deve commettere un parziale suicidio.
Giacomo Tessaro
lunedì 13 gennaio 2020
Solitudine e isolamento
Inauguro la collaborazione di Tomas a questo blog riportando, su sua richiesta, un piccolo brano di un autore a noi molto caro, Carl Gustav Jung, autore fondamentale in una ricerca spirituale come la sua e la mia (di cui, a tempo debito, parleremo). Ecco dunque una citazione tratta dal Libro Rosso di Jung:
" [...] una certa solitudine e un certo isolamento sono le condizioni di vita indispensabili per il benessere nostro e degli altri, altrimenti non si può essere sufficientemente se stessi."
È una verità che molti sociofobici e introversi non comprendono, non valorizzando quindi la solitudine e l'isolamento. La società ci spinge altrove, lontano dalle nostre vere spiagge, e i risultati di questo naufragio e di questa distorsione molti sociofobici e introversi, come me, l'hanno provato sulla propria pelle; pochi, però, forse aprono gli occhi a una verità lapalissiana come quella che ci propone Jung: la solitudine e l'isolamento, in certe dosi, per essere se stessi.
C'è chi si adatta a cose lontanissime dal proprio carattere, c'è chi apre gli occhi a semplici verità. A ognuno il suo. Non mi resta che augurare a ogni essere umano di ritrovare la sua meta nel mare di questo mondo.
Giacomo Tessaro
" [...] una certa solitudine e un certo isolamento sono le condizioni di vita indispensabili per il benessere nostro e degli altri, altrimenti non si può essere sufficientemente se stessi."
È una verità che molti sociofobici e introversi non comprendono, non valorizzando quindi la solitudine e l'isolamento. La società ci spinge altrove, lontano dalle nostre vere spiagge, e i risultati di questo naufragio e di questa distorsione molti sociofobici e introversi, come me, l'hanno provato sulla propria pelle; pochi, però, forse aprono gli occhi a una verità lapalissiana come quella che ci propone Jung: la solitudine e l'isolamento, in certe dosi, per essere se stessi.
C'è chi si adatta a cose lontanissime dal proprio carattere, c'è chi apre gli occhi a semplici verità. A ognuno il suo. Non mi resta che augurare a ogni essere umano di ritrovare la sua meta nel mare di questo mondo.
Giacomo Tessaro
martedì 30 ottobre 2018
Fratello di disabile? Cosa vuol dire?
Propongo, con qualche revisione e aggiunta, un mio scritto di qualche anno fa su un'esperienza umana particolare, quella di fratello/sorella di persona disabile, spesso in Italia chiamati Siblings (la parola inglese che designa sia il fratello che la sorella).
Essere fratello di un fratello disabile è un mestiere che nessuno ti insegna. In realtà questa è una cosa ovvia, ma quanti di voi hanno mai pensato a una cosa del genere? Quanti possono dire di avere fatto questa esperienza? Faccio fatica a dire, quando accenno al fatto che ho un fratello, che è “disabile”. Non sempre me la cavo bene nella comunicazione verbale, e così butto lì la sua disabilità in maniera brusca, senza nessi apparenti con il tema del discorso. Il fatto che il fratello è disabile dovrebbe cambiare qualcosa all'universale esperienza di essere fratello? A naso direi di sì, ma è una mia idea: le persone che conoscono me e non conoscono mio fratello non sanno nulla di questa esperienza, di questa variazione del tema dell'essere fratello, e così non dicono nulla, solitamente sembrano non recepire l'informazione e ci passano sopra, al massimo mi chiedono cosa fa o cos'ha (ed è tutt'altro che facile da spiegare, anche se mi sono nel tempo preparato una risposta standard). Molti non lo vengono nemmeno a sapere perché, come dire, l'informazione non sembra attinente alle nostre conversazioni: raramente parlo della mia famiglia e il mio grado di apertura su questo argomento varia a seconda della sensibilità e del vissuto dell'interlocutore.
Le persone che conoscono superficialmente me e bene mio fratello sono in grado di intuire qualcosa, ma dubito che colgano veramente qualche aspetto del nostro rapporto, così non dicono nulla in proposito, anche perché raramente mi capita di parlare con loro: la rete di rapporti di mio fratello, oltre ad essere molto più estesa della mia (perlomeno all'interno del paese in cui viviamo) è anche e soprattutto nettamente distinta: difficilmente frequentiamo gli stessi ambienti, e credo che, in questa seconda categoria, siano numerose le persone che mi guardano con una certa diffidenza. Sono quindi molte le persone che frequentano mio fratello e non me, e mi piacerebbe sapere cosa pensano davvero di lui, intavolare uno scambio di idee alla luce delle diverse esperienze (di fratello e di amico o conoscente o parente meno stretto), ma a dire il vero non ci tengo particolarmente a contattarle, così rimango nella mia relativa incertezza, ben sapendo che mio fratello si fa benvolere quasi da tutti, quando non viene preso in giro o non gli partono i cinque minuti. Mi fa piacere che queste persone siano generalmente in grado di gestire il rapporto con un disabile intellettivo, sebbene non eccessivamente problematico come mio fratello. Poi ci sono le persone esperte in tema di disabilità (terapisti ed educatori) che hanno a che fare con lui, che raramente conoscono me se non di vista o di nome, con le quali quindi è un po' difficile lo scambio di opinioni vista la mia assoluta riservatezza nei confronti di chi frequenta mio fratello (vedi sopra). Devo dire anche che questa categoria di persone mi mette alquanto in soggezione e mi fa rinunciare in partenza a una possibile amicizia; probabilmente, queste mi guardano con ancora maggiore diffidenza della seconda categoria.
Con qualche rara persona, rara perché preziosa, riesco ad aprirmi senza remore e con gioia; adoro parlare di mio fratello anche se lo faccio assai di rado. Devo scegliere bene le persone con cui farlo e non posso permettermi molti sbagli: sono sensibile ai fallimenti. Possono conoscerlo o meno, ma meglio meno (vedi sopra il punto riservatezza). Non occorre per forza vivere in prima persona tale esperienza se si ha una mente e un cuore preparati e intelligenti. Credo che chi accetta mio fratello così com'è sarà meglio preparato ad accettare i difetti e le mancanze di qualsiasi persona, quelle piccole disabilità che tutti noi abbiamo ricevuto alla nascita oppure abbiamo sviluppato con il passare del tempo. Chi dice di accettare me ma poi non accetta mio fratello, al contrario, credo che accetti solo una parte ben delimitata di me, spesso troppo stretta e tendenziosa, e non voglia vedere il quadro generale di quello che sono. Sono convinto che questa sia una conclusione anche troppo ovvia per un fratello o una sorella di persona disabile; chissà quanti di noi ci sono dovuti arrivare da soli, nella solitudine e nell'incomprensione, a seguito di amare esperienze. Mi auguro però che questa sia una conclusione davvero condivisa, che unisca noi fratelli e sorelle (siblings) e ci unisca ai nostri fratelli e sorelle, noi che sappiamo cosa sia questa esperienza così diversa.
Per saperne di più:
https://www.disabili.com/aiuto/articoli-qaiutoq/28164-siblings-quando-ad-avere-una-disabilita-e-il-fratello-
https://www.disabili.com/aiuto/articoli-qaiutoq/siblings-vuol-dire-solo-fratelli-e-sorelle
www.siblings.it
Giacomo Tessaro
Essere fratello di un fratello disabile è un mestiere che nessuno ti insegna. In realtà questa è una cosa ovvia, ma quanti di voi hanno mai pensato a una cosa del genere? Quanti possono dire di avere fatto questa esperienza? Faccio fatica a dire, quando accenno al fatto che ho un fratello, che è “disabile”. Non sempre me la cavo bene nella comunicazione verbale, e così butto lì la sua disabilità in maniera brusca, senza nessi apparenti con il tema del discorso. Il fatto che il fratello è disabile dovrebbe cambiare qualcosa all'universale esperienza di essere fratello? A naso direi di sì, ma è una mia idea: le persone che conoscono me e non conoscono mio fratello non sanno nulla di questa esperienza, di questa variazione del tema dell'essere fratello, e così non dicono nulla, solitamente sembrano non recepire l'informazione e ci passano sopra, al massimo mi chiedono cosa fa o cos'ha (ed è tutt'altro che facile da spiegare, anche se mi sono nel tempo preparato una risposta standard). Molti non lo vengono nemmeno a sapere perché, come dire, l'informazione non sembra attinente alle nostre conversazioni: raramente parlo della mia famiglia e il mio grado di apertura su questo argomento varia a seconda della sensibilità e del vissuto dell'interlocutore.
Le persone che conoscono superficialmente me e bene mio fratello sono in grado di intuire qualcosa, ma dubito che colgano veramente qualche aspetto del nostro rapporto, così non dicono nulla in proposito, anche perché raramente mi capita di parlare con loro: la rete di rapporti di mio fratello, oltre ad essere molto più estesa della mia (perlomeno all'interno del paese in cui viviamo) è anche e soprattutto nettamente distinta: difficilmente frequentiamo gli stessi ambienti, e credo che, in questa seconda categoria, siano numerose le persone che mi guardano con una certa diffidenza. Sono quindi molte le persone che frequentano mio fratello e non me, e mi piacerebbe sapere cosa pensano davvero di lui, intavolare uno scambio di idee alla luce delle diverse esperienze (di fratello e di amico o conoscente o parente meno stretto), ma a dire il vero non ci tengo particolarmente a contattarle, così rimango nella mia relativa incertezza, ben sapendo che mio fratello si fa benvolere quasi da tutti, quando non viene preso in giro o non gli partono i cinque minuti. Mi fa piacere che queste persone siano generalmente in grado di gestire il rapporto con un disabile intellettivo, sebbene non eccessivamente problematico come mio fratello. Poi ci sono le persone esperte in tema di disabilità (terapisti ed educatori) che hanno a che fare con lui, che raramente conoscono me se non di vista o di nome, con le quali quindi è un po' difficile lo scambio di opinioni vista la mia assoluta riservatezza nei confronti di chi frequenta mio fratello (vedi sopra). Devo dire anche che questa categoria di persone mi mette alquanto in soggezione e mi fa rinunciare in partenza a una possibile amicizia; probabilmente, queste mi guardano con ancora maggiore diffidenza della seconda categoria.
Con qualche rara persona, rara perché preziosa, riesco ad aprirmi senza remore e con gioia; adoro parlare di mio fratello anche se lo faccio assai di rado. Devo scegliere bene le persone con cui farlo e non posso permettermi molti sbagli: sono sensibile ai fallimenti. Possono conoscerlo o meno, ma meglio meno (vedi sopra il punto riservatezza). Non occorre per forza vivere in prima persona tale esperienza se si ha una mente e un cuore preparati e intelligenti. Credo che chi accetta mio fratello così com'è sarà meglio preparato ad accettare i difetti e le mancanze di qualsiasi persona, quelle piccole disabilità che tutti noi abbiamo ricevuto alla nascita oppure abbiamo sviluppato con il passare del tempo. Chi dice di accettare me ma poi non accetta mio fratello, al contrario, credo che accetti solo una parte ben delimitata di me, spesso troppo stretta e tendenziosa, e non voglia vedere il quadro generale di quello che sono. Sono convinto che questa sia una conclusione anche troppo ovvia per un fratello o una sorella di persona disabile; chissà quanti di noi ci sono dovuti arrivare da soli, nella solitudine e nell'incomprensione, a seguito di amare esperienze. Mi auguro però che questa sia una conclusione davvero condivisa, che unisca noi fratelli e sorelle (siblings) e ci unisca ai nostri fratelli e sorelle, noi che sappiamo cosa sia questa esperienza così diversa.
Per saperne di più:
https://www.disabili.com/aiuto/articoli-qaiutoq/28164-siblings-quando-ad-avere-una-disabilita-e-il-fratello-
https://www.disabili.com/aiuto/articoli-qaiutoq/siblings-vuol-dire-solo-fratelli-e-sorelle
www.siblings.it
Giacomo Tessaro
mercoledì 22 novembre 2017
Sulla manipolazione, note dopo una notte insonne
Non mi ricordo quando mi sono reso conto di essere stato molto manipolato da bambino: questa consapevolezza è semplicemente parte del cammino che sto percorrendo da qualche anno. Ora sono molto più attento ai manipolatori e alle manipolatrici, ma se non è facile (almeno per me) rendermene conto in un tempo ragionevole ora che vado per i quaranta, immaginiamoci in età infantile e adolescenziale. Qui vorrei però, a seguito di una “illuminazione” notturna, accennare a un ambito, che mi ha accompagnato per tutto il mio cammino, nel quale le manipolazioni forse sono cosa abituale: l’ambito cristiano, anche quello “liberale”, lontano dal fondamentalismo (che conosco più per letture fatte che per frequentazioni). Poco fa mi è venuto da pensare a tutta una serie di persone da me incontrate in ambito cristiano che, ognuna a modo suo, ha tentato di manipolarmi per farmi fare quello che loro desideravano, ovvero per realizzare il loro sogno di chiesa e di comunità.
Perché hanno scelto me? (Ennesima parentesi: volendo fare un discorso minimamente generale, escludo, per le stesse ragioni di cui sopra, altri ambiti religiosi, che non conosco dall’interno, e l’ambito unitariano, che conosco bene ma che è peculiare e distinto da quello cristiano) Per la mia giovane età, per la mia ingenuità? Certamente sì… ma sicuramente queste persone percepivano qualcos’altro in me, subito, a pelle: potremmo definirla la voglia di darsi da fare, di essere utile, oltre alla personale disponibilità, soprattutto all’ascolto. A dire il vero, io entravo nelle comunità valdesi desideroso di trovare compagnia e approfondimento del cristianesimo: non immaginavo che, attorno, ronzassero mosconi i cui scopi erano a volte poco chiari, a volte espliciti, ma quasi sempre riconducibili a uno scopo fondamentale: dirigere altre persone per far loro fare i loro comodi, più o meno mascherati da evangelizzazione, da aiuto, da guida spirituale etc. Sono sempre stato lieto di incontrarle e ascoltarle: non era per questo che avevo varcato la porta delle varie comunità? Uscire dal mio isolamento, trovare un nuovo scopo nella vita dopo il fallimento dell’università? La comunità, in ambito spirituale, è importante, non allo stesso modo per tutti e tutte, ma ne è componente fondamentale: anche adesso che ho iniziato un cammino molto personale, non posso sempre prescindere da un confronto con una comunità. Ho sempre ascoltato volentieri chiunque si avvicinasse a me in questo ambito, anzi, ero io ad andare a cercare gli altri.
Ma queste persone non erano parte integrante delle comunità valdesi, al contrario, stavano quasi sempre ai margini: chi faceva parte di Chiese più conservatrici, chi era emarginato già di suo, come stile di vita, chi si era avvicinato da poco ma voleva conservare la sua autonomia di fede e di pensiero, chi veniva da altre realtà cristiane e lottava per integrarsi nel nuovo ambiente, chi era ben integrato ma tenuto sotto controllo dai “superiori” per il suo stile peculiare e poco ortodosso di predicazione e di azione. Tutti costoro avevano la loro idea di chiesa e di comunità e, chi in un modo chi in un altro, cercavano qualcuno che potesse aiutarli ad attuarla. Non certo che non fossero animati da eccellenti propositi, non lo metto in dubbio, ma guai a cercare di sottrarsi alle loro idee di chiesa e di comunità, quasi sempre estranee allo stesso ambiente valdese, che infatti li teneva ben distanti. Un tasto su cui pigiavano molto era quello dell’evangelizzazione, un concetto con cui ho lottato abbastanza a lungo, a volte da solo, a volte con una di queste persone, molto determinata a farmi uscire dalla mia introversione. Per alcune di loro, l’evangelizzazione era tutto, superando in zelo (almeno a parole) quasi tutti i valdesi d’Italia e del mondo. Zelo che non mi è mai penetrato nella pelle… a parole anch’io ho auspicato l’evangelizzazione di fronte alla comunità: ora sono lieto di essermi sbarazzato di fisime del genere (le quali non possono che produrre lacerazioni nella mente di un introverso), pur rimanendo pronto a dare testimonianza della mia fede personale se richiesto.
Cosa è rimasto di tutto questo? Poco o nulla, per fortuna: poco o nulla, perché di tali persone mi sono sbarazzato piuttosto in fretta, oppure si sono messe l’anima in pace (sbarazzandosi loro per prime delle loro personali fisime), mantenendo rapporti più che cordiali con me; per fortuna, perché così, nel ricordo, mi tormenteranno meno. Restano comunque gli insegnamenti che queste persone mi hanno dato, pur nei loro evidenti difetti. Anche il senso di umiliazione si è quasi del tutto dissolto: certo, ho vissuto profondi scoramenti, ma questo è avvenuto nell’ambito che più di tutti mi è congeniale: quello religioso. Volenti o nolenti, hanno rafforzato la mia fede e il mio cammino ne è risultato arricchito.
Giacomo Tessaro
Perché hanno scelto me? (Ennesima parentesi: volendo fare un discorso minimamente generale, escludo, per le stesse ragioni di cui sopra, altri ambiti religiosi, che non conosco dall’interno, e l’ambito unitariano, che conosco bene ma che è peculiare e distinto da quello cristiano) Per la mia giovane età, per la mia ingenuità? Certamente sì… ma sicuramente queste persone percepivano qualcos’altro in me, subito, a pelle: potremmo definirla la voglia di darsi da fare, di essere utile, oltre alla personale disponibilità, soprattutto all’ascolto. A dire il vero, io entravo nelle comunità valdesi desideroso di trovare compagnia e approfondimento del cristianesimo: non immaginavo che, attorno, ronzassero mosconi i cui scopi erano a volte poco chiari, a volte espliciti, ma quasi sempre riconducibili a uno scopo fondamentale: dirigere altre persone per far loro fare i loro comodi, più o meno mascherati da evangelizzazione, da aiuto, da guida spirituale etc. Sono sempre stato lieto di incontrarle e ascoltarle: non era per questo che avevo varcato la porta delle varie comunità? Uscire dal mio isolamento, trovare un nuovo scopo nella vita dopo il fallimento dell’università? La comunità, in ambito spirituale, è importante, non allo stesso modo per tutti e tutte, ma ne è componente fondamentale: anche adesso che ho iniziato un cammino molto personale, non posso sempre prescindere da un confronto con una comunità. Ho sempre ascoltato volentieri chiunque si avvicinasse a me in questo ambito, anzi, ero io ad andare a cercare gli altri.
Ma queste persone non erano parte integrante delle comunità valdesi, al contrario, stavano quasi sempre ai margini: chi faceva parte di Chiese più conservatrici, chi era emarginato già di suo, come stile di vita, chi si era avvicinato da poco ma voleva conservare la sua autonomia di fede e di pensiero, chi veniva da altre realtà cristiane e lottava per integrarsi nel nuovo ambiente, chi era ben integrato ma tenuto sotto controllo dai “superiori” per il suo stile peculiare e poco ortodosso di predicazione e di azione. Tutti costoro avevano la loro idea di chiesa e di comunità e, chi in un modo chi in un altro, cercavano qualcuno che potesse aiutarli ad attuarla. Non certo che non fossero animati da eccellenti propositi, non lo metto in dubbio, ma guai a cercare di sottrarsi alle loro idee di chiesa e di comunità, quasi sempre estranee allo stesso ambiente valdese, che infatti li teneva ben distanti. Un tasto su cui pigiavano molto era quello dell’evangelizzazione, un concetto con cui ho lottato abbastanza a lungo, a volte da solo, a volte con una di queste persone, molto determinata a farmi uscire dalla mia introversione. Per alcune di loro, l’evangelizzazione era tutto, superando in zelo (almeno a parole) quasi tutti i valdesi d’Italia e del mondo. Zelo che non mi è mai penetrato nella pelle… a parole anch’io ho auspicato l’evangelizzazione di fronte alla comunità: ora sono lieto di essermi sbarazzato di fisime del genere (le quali non possono che produrre lacerazioni nella mente di un introverso), pur rimanendo pronto a dare testimonianza della mia fede personale se richiesto.
Cosa è rimasto di tutto questo? Poco o nulla, per fortuna: poco o nulla, perché di tali persone mi sono sbarazzato piuttosto in fretta, oppure si sono messe l’anima in pace (sbarazzandosi loro per prime delle loro personali fisime), mantenendo rapporti più che cordiali con me; per fortuna, perché così, nel ricordo, mi tormenteranno meno. Restano comunque gli insegnamenti che queste persone mi hanno dato, pur nei loro evidenti difetti. Anche il senso di umiliazione si è quasi del tutto dissolto: certo, ho vissuto profondi scoramenti, ma questo è avvenuto nell’ambito che più di tutti mi è congeniale: quello religioso. Volenti o nolenti, hanno rafforzato la mia fede e il mio cammino ne è risultato arricchito.
Giacomo Tessaro
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