Per questo post, prendo spunto dall'ultimo meme di Tomas:
Di base l'idea non mi dispiace poi tanto. La musica, il canto, l'esaltazione, l'alcool, il riso, possono essere benissimo veicoli di spiritualità: penso (ma forse è un esempio estremo) alle Baccanti greche, ma forse anche semplicemente le danze sacre e le sostanze psicotrope utilizzate da numerose culture del mondo.
Eppure. questo meme, appena letto, mi ha turbato. Mi riporta a galla ricordi mai veramente sepolti, e proprio per questo sgraditi, perché mai veramente metabolizzati. Sono ricordi (alcuni anche recenti) scomodi, imbarazzanti, quasi clandestini.
Approvare o non approvare? Questo meme ha dato la stura a molte riflessioni, e quindi è certo ben gradito: anche i ricordi imbarazzanti hanno qualcosa da insegnarci.
Seguirei Tomas in questa parte del suo cammino? Di lui certo mi fido a occhi chiusi, come degli altri miei compagni di cammino: di altr*, non so, meglio forse non approfondire più di tanto, perché è un'ipotesi che non riguarda il passato o il presente, ma appunto un futuro molto, molto ipotetico.
Chissà se, quando rivedrò Tomas (spero molto presto), potremo fare insieme anche questo pezzo di percorso: di certo lui mi accoglierà comunque, conosce i miei limiti, come io conosco i suoi. A differenza delle frequentazioni di un tempo, non abbiamo bisogno di fare chissà che la sera, per essere amici e compagni.
Pietra sopra sul passato? Dopo la grande orgia (si fa per dire, orgia piccina piccina) della vita "sociale da giovani" pensavo di trovare accoglienza presso la "comunità" della fobia sociale, e trovare un senso in quella militanza: un'idea che si sarebbe rivelata piuttosto presto inconsistente, a quell'epoca ancora non potevo trovare comprensione forse in nessun ambiente, ma meno che mai in gente che si riteneva fallita perché il sabato sera nessuno la invitava al pub. Ma qualcosa quell'esperienza mi ha lasciato, se dopo diversi anni sono ancora qui a parlarne.
Scoprii poi la militanza introversa... effimera quant'altre mai, ma quelle idee mi cambiarono per sempre. Poi scoprii, più di recente, che timidezza, fobia sociale, ansia sociale, introversione, estroversione, sono condizioni reali ma relative, relative a molte cose: situazioni di vita, luogo in cui si è, età, persone che si frequentano o si vorrebbero frequentare...
Al tempo del mio innamoramento per la fobia sociale, ero nettamente pro-qualcosa e contro- qualcos'altro, pensavo che le condizioni di cui sopra fossero incise nel granito, ora vedo (in termini buddhisti) il vuoto, la vacuità che sta dietro tali fenomeni, o perlomeno la intravedo. Grazie a un cammino mistico, ma questo è un altro discorso.
Giacomo Tessaro
Blog collegato al gruppo Facebook Un gruppo chiuso. Per persone chiuse e alla pagina Facebook Ansia sociale, fobia sociale, evitamento. Si parla di ansia sociale, fobia sociale, personalità evitante, timidezza, introversione ma anche di disturbi psicologici e psicologia in generale. Qualche divagazione di tanto in tanto su altri temi.
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lunedì 8 giugno 2020
lunedì 25 maggio 2020
Voglia di eterno lockdown
Il virus, per quanto fonte di tragedia e ansie, era una situazione nuova, così il lockdown.
Sarò impopolare, ma è stato stimolante il periodo fino all'inizio di questo mese. M'interessavo di cose riguardanti il virus, notizie, numero contagi.
Ora la curva è in discesa, non sembrano esserci colpi di scena, tutti sono già usciti mentre io continuo a rimanere nel mio lockdown personale, sono uscito solo un giorno per necessità, e subito tornato a casa, non sono entrato in nessun luogo chiuso.
È tutto molto noioso, adesso. Si è aggiunta l'inevitabile solitudine che mi travolge puntualmente in estate, l'odio per il caldo che ormai si fa già sentire. Le uniche notizie sono per gli imbecilli che escono e fanno gli aperitivi assembrandosi.
Mi piacerebbe che tornasse il virus, un aumento, sì contenuto, dei casi, un parziale nuovo lockdown. Ma temo che in estate non succederà proprio nulla di tutto ciò. Potrebbe accadere a settembre-ottobre, ma lì non sarebbe molto gradito nemmeno a me, preferirei in estate, se proprio. Tipo il periodo di Ferragosto :D sarebbe bello un parziale lockdown.
Sì sono abbastanza stronzo ma sono abbastanza stufo della gente e del mondo. Ora si è scoperto che si può fare smart working. Ma vaffanculo. Che se si fossero svegliati 10 anni fa era meglio.
C'era un silenzio in città (non vivo in città ma m'immagino le città silenti... che sogno), poco inquinamento, poche auto. Un mondo perfetto. Se non fosse per i morti, e di quello mi dispiace... non mi dispiace minimamente per il lockdown, invece. Anzi, mi dispiace adesso che sia finito.
Mi rompe le palle uscire. Anche per il virus. E l'idea di mettere il naso al market o in negozi, ancora peggio. Idem usare i mezzi pubblici. Ma non mi piace guidare.
È in realtà un casino questa fase 2 e successive, in era coronavirus. Sono inquieto, e non so come affrontare. Mi verrebbe da non uscire mai più, e comprare tutto online. Assecondo?
Sarò impopolare, ma è stato stimolante il periodo fino all'inizio di questo mese. M'interessavo di cose riguardanti il virus, notizie, numero contagi.
Ora la curva è in discesa, non sembrano esserci colpi di scena, tutti sono già usciti mentre io continuo a rimanere nel mio lockdown personale, sono uscito solo un giorno per necessità, e subito tornato a casa, non sono entrato in nessun luogo chiuso.
È tutto molto noioso, adesso. Si è aggiunta l'inevitabile solitudine che mi travolge puntualmente in estate, l'odio per il caldo che ormai si fa già sentire. Le uniche notizie sono per gli imbecilli che escono e fanno gli aperitivi assembrandosi.
Mi piacerebbe che tornasse il virus, un aumento, sì contenuto, dei casi, un parziale nuovo lockdown. Ma temo che in estate non succederà proprio nulla di tutto ciò. Potrebbe accadere a settembre-ottobre, ma lì non sarebbe molto gradito nemmeno a me, preferirei in estate, se proprio. Tipo il periodo di Ferragosto :D sarebbe bello un parziale lockdown.
Sì sono abbastanza stronzo ma sono abbastanza stufo della gente e del mondo. Ora si è scoperto che si può fare smart working. Ma vaffanculo. Che se si fossero svegliati 10 anni fa era meglio.
C'era un silenzio in città (non vivo in città ma m'immagino le città silenti... che sogno), poco inquinamento, poche auto. Un mondo perfetto. Se non fosse per i morti, e di quello mi dispiace... non mi dispiace minimamente per il lockdown, invece. Anzi, mi dispiace adesso che sia finito.
Mi rompe le palle uscire. Anche per il virus. E l'idea di mettere il naso al market o in negozi, ancora peggio. Idem usare i mezzi pubblici. Ma non mi piace guidare.
È in realtà un casino questa fase 2 e successive, in era coronavirus. Sono inquieto, e non so come affrontare. Mi verrebbe da non uscire mai più, e comprare tutto online. Assecondo?
Mauro Enemyofthesun
giovedì 14 maggio 2020
In bilico tra fase 1 e fase 2
Pubblichiamo una nuova riflessione di Mauro Enemyofthesun, fondatore di questo blog, a proposito della pandemia.
Fase 2? Giammai.
Io sono in fase 1.
Distanziamento sociale? è un sogno, peccato davvero non averne potuto approfittare, e ormai va diminuendo.
Se prima facevo, con fatica, con ansia, cose normali come andare in un negozio di abbigliamento, o un supermercato, ora mi sto facendo moltissimi problemi e non ho messo più piede in un supermercato dopo il 7 marzo. Anche i miei genitori si fanno mandare la spesa a casa settimanalmente.
Per l'abbigliamento, temo dovrò cominciare a considerare seriamente l'acquisto online, o perlomeno il ritiro in negozio, proprio per limitare (anche in futuro, tra diversi mesi) di stare in negozio più del minimo necessario.
Ho problemi anche con i corrieri (anche prima del virus), ma certo tra l'ansia di attendere un corriere e quella di girare per un negozio e provare cose in epoca Covid, direi che è più agevole la prima.
È che sono anche particolarmente esigente e puntiglioso (così dicono), e limito molto gli acquisti, anche perché fatico a trovare qualcosa che mi convinca di comprare. Finora (prima del lockdown) mi sono servito per l'abbigliamento e la spesa alimentare nei negozi fisici, nonostante l'isolamento complessivo della mia esistenza.
Uscire? passeggiata nei dintorni, prima o poi, sì.
Andare lontano? magari in posti affollati?
No no, ora è proprio da escludersi, se già prima lo evitavo accuratamente.
Ripeto, non è che se a luglio/agosto tutti riprendono a girare, far festa, baldoria, locali, spiagge, io penso "ok, è passata, anch'io faccio quello che facevo prima" (nulla di tutto ciò, comunque).
Non credo proprio. Per me è proprio un punto di non ritorno.
Distanziamento sociale ancora più motivato dal fatto di stare alla larga da chi frequenta gente e ha molte probabilità (presenti e future) di essere positivo al coronavirus o a qualche analogo (anche peggiore!) virus futuro.
Se proprio devo incontrare qualcuno... che sia una persona estremamente solitaria, come me. E che si vada in luoghi solitari. Senza mascherina, attenderò la fine degli obblighi, più un lungo periodo di precauzione successivo, ma non mi va di girare con una mascherina.
Ci sarà poi il vaccino? comunque non certo così presto.
E se ci fosse un altro virus, magari anche più virulento e letale, in futuro?
Non sono mai stato particolarmente ipocondriaco, ma ultimamente, tra voglia innata di distanziamento e paura del virus e di virus futuri, mi pongo riflessioni molto radicali.
Non ci sarà un ritorno a nessuna normalità, non per me. Forse è questa attuale la normalità. Quella di prima era imprudenza? Sottovalutazione?
Per qualcun altro non è che una fase fastidiosa temporanea da lasciarsi prima possibile alle spalle, per riempire nuovamente locali, ristoranti, luoghi turistici, palestre, cinema, ecc.
E io da questi luoghi e queste persone sto alla larga!
Mi sento tuttora in fase 1, e chissà ancora per quanto tempo.
Fase 2? Giammai.
Io sono in fase 1.
Distanziamento sociale? è un sogno, peccato davvero non averne potuto approfittare, e ormai va diminuendo.
Se prima facevo, con fatica, con ansia, cose normali come andare in un negozio di abbigliamento, o un supermercato, ora mi sto facendo moltissimi problemi e non ho messo più piede in un supermercato dopo il 7 marzo. Anche i miei genitori si fanno mandare la spesa a casa settimanalmente.
Per l'abbigliamento, temo dovrò cominciare a considerare seriamente l'acquisto online, o perlomeno il ritiro in negozio, proprio per limitare (anche in futuro, tra diversi mesi) di stare in negozio più del minimo necessario.
Ho problemi anche con i corrieri (anche prima del virus), ma certo tra l'ansia di attendere un corriere e quella di girare per un negozio e provare cose in epoca Covid, direi che è più agevole la prima.
È che sono anche particolarmente esigente e puntiglioso (così dicono), e limito molto gli acquisti, anche perché fatico a trovare qualcosa che mi convinca di comprare. Finora (prima del lockdown) mi sono servito per l'abbigliamento e la spesa alimentare nei negozi fisici, nonostante l'isolamento complessivo della mia esistenza.
Uscire? passeggiata nei dintorni, prima o poi, sì.
Andare lontano? magari in posti affollati?
No no, ora è proprio da escludersi, se già prima lo evitavo accuratamente.
Ripeto, non è che se a luglio/agosto tutti riprendono a girare, far festa, baldoria, locali, spiagge, io penso "ok, è passata, anch'io faccio quello che facevo prima" (nulla di tutto ciò, comunque).
Non credo proprio. Per me è proprio un punto di non ritorno.
Distanziamento sociale ancora più motivato dal fatto di stare alla larga da chi frequenta gente e ha molte probabilità (presenti e future) di essere positivo al coronavirus o a qualche analogo (anche peggiore!) virus futuro.
Se proprio devo incontrare qualcuno... che sia una persona estremamente solitaria, come me. E che si vada in luoghi solitari. Senza mascherina, attenderò la fine degli obblighi, più un lungo periodo di precauzione successivo, ma non mi va di girare con una mascherina.
Ci sarà poi il vaccino? comunque non certo così presto.
E se ci fosse un altro virus, magari anche più virulento e letale, in futuro?
Non sono mai stato particolarmente ipocondriaco, ma ultimamente, tra voglia innata di distanziamento e paura del virus e di virus futuri, mi pongo riflessioni molto radicali.
Non ci sarà un ritorno a nessuna normalità, non per me. Forse è questa attuale la normalità. Quella di prima era imprudenza? Sottovalutazione?
Per qualcun altro non è che una fase fastidiosa temporanea da lasciarsi prima possibile alle spalle, per riempire nuovamente locali, ristoranti, luoghi turistici, palestre, cinema, ecc.
E io da questi luoghi e queste persone sto alla larga!
Mi sento tuttora in fase 1, e chissà ancora per quanto tempo.
venerdì 21 febbraio 2020
Una risata cosmica?
Riflessioni nate durante una passeggiata in uno dei miei posti del cuore, il Parco Agricolo del Ticinello a Milano, con aggiunte e approfondimenti vari. I luoghi del cuore possono essere molto fecondi.
Da quel luglio 2007, quando ho iniziato a frequentare “l’ambiente” della fobia sociale, sono passati quasi tredici anni: un terzo della mia vita. All’inizio, la mia esperienza su Internet da poco scoperto (anche Internet ormai occupa un terzo della mia vita, il terzo più fecondo ed esaltante, in tutti i sensi) verteva, diciamo per una buona metà, su quel forum. La mia non è stata certamente una frequentazione solo virtuale, anzi, in me è stata chiara fin da subito l’intenzione di frequentare un gruppo “fisico” di persone, come quello adolescenziale che avevo abbandonato pochissimo tempo prima.
Tante sono state le vicende da allora, anche soltanto quelle che ruotano attorno ai due anni e poco più che ho passato effettivamente sui forum fobici (per non parlare di quelle relazioni che, tra alti e bassi, sono andate avanti per molti anni ancora), che sarebbe lungo anche solo accennarvi, e già, nel corso del tempo, vi ho riflettuto sopra molto più del necessario.
Ciò che mi è venuto in mente al Parco del Ticinello è qualcosa di nuovo, forse un segno del passare del tempo: molte vicende che fino a poco tempo fa mi apparivano, se non tragiche come nel momento stesso in cui io e l’altro/a fobico/a ne eravamo protagonisti, certo umilianti e ben poco edificanti, anche a distanza di molto tempo, in quel momento di vera e propria illuminazione mi sono apparse risibili, come degli insignificanti momenti di una danza cosmica, o per meglio dire di una sterminata risata universale, che echeggia sonora da una parte all’altra del Creato, o, se preferite, una piccola parte di uno degli della commedia che si svolge da milioni di anni sul palcoscenico del mondo.
Non sto dicendo solamente che, dal punto di vista dell’Universo, le nostre meschine vicende non si vedono nemmeno al microscopio, ma che, in quel momento almeno, nemmeno io le vedevo al microscopio, il che, paradossalmente, è una notizia non da poco, forse il segno di un ulteriore passo in avanti nella mia vita.
Spesso ho ripetuto che frequentare l’ambiente della fobia sociale mi ha tirato fuori dal mio guscio e mi ha fatto crescere, ed è vero, ma, in tutti questi anni, il senso di vergogna e di umiliazione per certi episodi non se n’è mai andato. In quel momento invece, in quel parco, seduto su quella panca in pietra, tutto questo mi si è rivelato per quello che è effettivamente: un minuscolo passo di una danza cosmica, in quanto tale enormemente più grande di me e di qualsiasi cosa possa capitarmi (pur importante per il mio karma, e per determinare chi sono).
Forse mi sto avvicinando a quelle correnti di pensiero che propugnano la risata come cura, se non per il mondo tutto intero, almeno per il benessere della persona? Non credo, dopo quel momento, quasi una settimana fa, non mi è più capitato di avere pensieri del genere, ma che mi sia venuta un’illuminazione del genere, che mi ha aiutato a mettere nella giusta prospettiva eventi il cui dolore ho trascinato a lungo con me, è un segno che sto andando nella giusta direzione. Uno dei tanti.
Giacomo Tessaro
Da quel luglio 2007, quando ho iniziato a frequentare “l’ambiente” della fobia sociale, sono passati quasi tredici anni: un terzo della mia vita. All’inizio, la mia esperienza su Internet da poco scoperto (anche Internet ormai occupa un terzo della mia vita, il terzo più fecondo ed esaltante, in tutti i sensi) verteva, diciamo per una buona metà, su quel forum. La mia non è stata certamente una frequentazione solo virtuale, anzi, in me è stata chiara fin da subito l’intenzione di frequentare un gruppo “fisico” di persone, come quello adolescenziale che avevo abbandonato pochissimo tempo prima.
Tante sono state le vicende da allora, anche soltanto quelle che ruotano attorno ai due anni e poco più che ho passato effettivamente sui forum fobici (per non parlare di quelle relazioni che, tra alti e bassi, sono andate avanti per molti anni ancora), che sarebbe lungo anche solo accennarvi, e già, nel corso del tempo, vi ho riflettuto sopra molto più del necessario.
Ciò che mi è venuto in mente al Parco del Ticinello è qualcosa di nuovo, forse un segno del passare del tempo: molte vicende che fino a poco tempo fa mi apparivano, se non tragiche come nel momento stesso in cui io e l’altro/a fobico/a ne eravamo protagonisti, certo umilianti e ben poco edificanti, anche a distanza di molto tempo, in quel momento di vera e propria illuminazione mi sono apparse risibili, come degli insignificanti momenti di una danza cosmica, o per meglio dire di una sterminata risata universale, che echeggia sonora da una parte all’altra del Creato, o, se preferite, una piccola parte di uno degli della commedia che si svolge da milioni di anni sul palcoscenico del mondo.
Non sto dicendo solamente che, dal punto di vista dell’Universo, le nostre meschine vicende non si vedono nemmeno al microscopio, ma che, in quel momento almeno, nemmeno io le vedevo al microscopio, il che, paradossalmente, è una notizia non da poco, forse il segno di un ulteriore passo in avanti nella mia vita.
Spesso ho ripetuto che frequentare l’ambiente della fobia sociale mi ha tirato fuori dal mio guscio e mi ha fatto crescere, ed è vero, ma, in tutti questi anni, il senso di vergogna e di umiliazione per certi episodi non se n’è mai andato. In quel momento invece, in quel parco, seduto su quella panca in pietra, tutto questo mi si è rivelato per quello che è effettivamente: un minuscolo passo di una danza cosmica, in quanto tale enormemente più grande di me e di qualsiasi cosa possa capitarmi (pur importante per il mio karma, e per determinare chi sono).
Forse mi sto avvicinando a quelle correnti di pensiero che propugnano la risata come cura, se non per il mondo tutto intero, almeno per il benessere della persona? Non credo, dopo quel momento, quasi una settimana fa, non mi è più capitato di avere pensieri del genere, ma che mi sia venuta un’illuminazione del genere, che mi ha aiutato a mettere nella giusta prospettiva eventi il cui dolore ho trascinato a lungo con me, è un segno che sto andando nella giusta direzione. Uno dei tanti.
Giacomo Tessaro
giovedì 1 febbraio 2018
Dieci anni e mezzo di fobia
È passato ormai il decimo anniversario di quando ho iniziato a frequentare “l’ambiente fobico/introverso”, come amo definirlo: era il luglio 2007 quando, sbarcato da circa una settimana nello storico forum Fobiasociale.com, mi misi in marcia verso Milano una domenica per incontrare il grande organizzatore di incontri fobici di quell’epoca. Avevo anche un’auto a mia disposizione, mi muovevo a un altro ritmo rispetto a oggi in cui uso perlopiù i mezzi pubblici. Luogo dell’incontro era un’assolata piazza Duomo ed era la prima volta che incontravo qualcuno conosciuto sul Web. Mi ero finalmente connesso alla Rete da otto mesi e la mia avventura da navigatore, che si interseca con le altre avventure di questi ultimi anni, avrebbe conosciuto molte fasi; del resto, anche la mia frequentazione dell’”ambiente” avrebbe visto degli alti e bassi notevoli, ma per ora, in quell’assolata domenica di luglio 2007, avevo solo voglia di conoscere gente che non mi giudicasse per la mia timidezza e chiusura, come aveva fatto anni addietro una persona che avevo frequentato per molto tempo; volevo solo rompere l’isolamento in cui mi ero rinchiuso dopo l’abbandono dell’università, e quale posto migliore di Milano, la città che ho sempre amato?
Non ricordo affatto di cosa parlammo quel giorno, salvo forse un paio di frasi, ma poco importa: quel giorno forse è cominciata davvero la seconda fase della mia vita, non il momento in cui il mio computer si è connesso a Internet. Per un certo periodo gli incontri sono fioccati: San Babila (dove ho incontrato per la prima volta l’amico che ho frequentato più a lungo), i Giardini di Porta Venezia, la Rotonda di via Besana… sono tutti pezzi di storia fobica, di storia personale, di vita vissuta in un mondo fatto altrimenti di grande isolamento. Non tutte le persone incontrate mi sono state simpatiche, qualcuna l’ho vista una sola volta, altre mi hanno lasciato cicatrici, ma di tutte conservo una memoria affettuosa: è anche grazie a loro che la mia vita da navigatore ha acquisito per la prima volta lo spessore della vita vissuta davvero.
Molti fobici e fobiche sono passati sotto i ponti in questi dieci anni e mezzo. Nel frattempo ho conosciuto altri ambienti, altri interessi, alcuni compatibili con un introverso, se non con un fobico lieve, altri no. Ho sempre cercato di far conoscere, per quanto possibile, la mia frequentazione del gruppo fobico e della filosofia dell’introversione di Anepeta, che ho cercato di incarnare in modo coerente. Ho quasi sempre incontrato rispetto, soprattutto da parte delle persone non più giovanissime: credo che il fatto che molti giovani fobici e fobiche abbiano a che fare con persone giovani come loro, senza la possibilità di confrontarsi con persone più mature, abbia il suo peso nella loro disperazione e nel loro odio verso la loro identità introversa: i giovani hanno il morbo della socialità a tutti i costi e non hanno la pazienza di stare a sentire chi è portatore di una visione e di un modo di vivere diversi. Anche il confrontarsi con persone scarsamente preparate ed empatiche non fa bene a una persona introversa. Il miglior modo di uscire dall’isolamento è trovare anime affini, che non necessariamente la pensano allo stesso modo, ma con le quali ci si possa confrontare senza paura. Non nascondendo le mie fobie e la mia introversione, ho trovato molta più comprensione di quanto i fobici si aspettino generalmente, anche da parte di persone estroverse: è solo mostrando se stessi in piena luce che chi veramente è in grado di apprezzarci potrà farlo nel migliore dei modi.
Non rinnego la mia avventura con i fobici: tornassi indietro, però, la vivrei in modo molto diverso, la limerei alquanto, troppi errori ho fatto, troppa fiducia a persone che non la meritavano, troppe persone valide lasciate andare. Ma questo è il gioco della vita, che tanto più da introversi vale la pena vivere fino in fondo, accantonando per quanto si può (non dico sempre) la tentazione dell’isolamento.
Giacomo Tessaro
Non ricordo affatto di cosa parlammo quel giorno, salvo forse un paio di frasi, ma poco importa: quel giorno forse è cominciata davvero la seconda fase della mia vita, non il momento in cui il mio computer si è connesso a Internet. Per un certo periodo gli incontri sono fioccati: San Babila (dove ho incontrato per la prima volta l’amico che ho frequentato più a lungo), i Giardini di Porta Venezia, la Rotonda di via Besana… sono tutti pezzi di storia fobica, di storia personale, di vita vissuta in un mondo fatto altrimenti di grande isolamento. Non tutte le persone incontrate mi sono state simpatiche, qualcuna l’ho vista una sola volta, altre mi hanno lasciato cicatrici, ma di tutte conservo una memoria affettuosa: è anche grazie a loro che la mia vita da navigatore ha acquisito per la prima volta lo spessore della vita vissuta davvero.
Molti fobici e fobiche sono passati sotto i ponti in questi dieci anni e mezzo. Nel frattempo ho conosciuto altri ambienti, altri interessi, alcuni compatibili con un introverso, se non con un fobico lieve, altri no. Ho sempre cercato di far conoscere, per quanto possibile, la mia frequentazione del gruppo fobico e della filosofia dell’introversione di Anepeta, che ho cercato di incarnare in modo coerente. Ho quasi sempre incontrato rispetto, soprattutto da parte delle persone non più giovanissime: credo che il fatto che molti giovani fobici e fobiche abbiano a che fare con persone giovani come loro, senza la possibilità di confrontarsi con persone più mature, abbia il suo peso nella loro disperazione e nel loro odio verso la loro identità introversa: i giovani hanno il morbo della socialità a tutti i costi e non hanno la pazienza di stare a sentire chi è portatore di una visione e di un modo di vivere diversi. Anche il confrontarsi con persone scarsamente preparate ed empatiche non fa bene a una persona introversa. Il miglior modo di uscire dall’isolamento è trovare anime affini, che non necessariamente la pensano allo stesso modo, ma con le quali ci si possa confrontare senza paura. Non nascondendo le mie fobie e la mia introversione, ho trovato molta più comprensione di quanto i fobici si aspettino generalmente, anche da parte di persone estroverse: è solo mostrando se stessi in piena luce che chi veramente è in grado di apprezzarci potrà farlo nel migliore dei modi.
Non rinnego la mia avventura con i fobici: tornassi indietro, però, la vivrei in modo molto diverso, la limerei alquanto, troppi errori ho fatto, troppa fiducia a persone che non la meritavano, troppe persone valide lasciate andare. Ma questo è il gioco della vita, che tanto più da introversi vale la pena vivere fino in fondo, accantonando per quanto si può (non dico sempre) la tentazione dell’isolamento.
Giacomo Tessaro
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