Tomas ci propone un'altra citazione di Carl Gustav Jung. Non mi sentirei di scrivere nemmeno queste pochissime righe di commento, perché davvero in questa citazione sta gran parte del dramma della vita di molti introversi e sociofobici, affamati di vita, ma incapaci di viverla appieno. Direi che in parte la causa è da rinvenire nella natura stessa dell'introversione (e tanto più della fobia sociale), ma in gran parte, e qui mi limito a parlare degli introversi, la scarsa comprensione della natura di questa "cosa" misteriosa che abbiamo dentro, che tutti sembrano disprezzare, chiude all'introverso la porta di molte esperienze che, in realtà, potrebbe benissimo fare. Altro cosa, credo, è quell'eterna esitazione che non ci permette di lanciarci nemmeno in acque tranquille, per paura di fallire. Non so se sia tipica degli introversi, ma mi ci ritrovo appieno, meno di un tempo, ma è comunque un tratto ancora molto presente in me.
La paura del destino è un fenomeno assai comprensibile, perché il destino è incalcolabile, incommensurabile, pieno di pericoli sconosciuti. L’eterna esitazione del nevrotico a lanciarsi nella vita è prontamente spiegata da questo desiderio di stare da parte per non essere coinvolto nella lotta pericolosa dell’esistenza. Ma chiunque rifiuti di fare esperienza della vita deve soffocare il proprio desiderio di vivere - in altre parole, deve commettere un parziale suicidio.
Giacomo Tessaro
Blog collegato al gruppo Facebook Un gruppo chiuso. Per persone chiuse e alla pagina Facebook Ansia sociale, fobia sociale, evitamento. Si parla di ansia sociale, fobia sociale, personalità evitante, timidezza, introversione ma anche di disturbi psicologici e psicologia in generale. Qualche divagazione di tanto in tanto su altri temi.
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giovedì 16 gennaio 2020
lunedì 13 gennaio 2020
Solitudine e isolamento
Inauguro la collaborazione di Tomas a questo blog riportando, su sua richiesta, un piccolo brano di un autore a noi molto caro, Carl Gustav Jung, autore fondamentale in una ricerca spirituale come la sua e la mia (di cui, a tempo debito, parleremo). Ecco dunque una citazione tratta dal Libro Rosso di Jung:
" [...] una certa solitudine e un certo isolamento sono le condizioni di vita indispensabili per il benessere nostro e degli altri, altrimenti non si può essere sufficientemente se stessi."
È una verità che molti sociofobici e introversi non comprendono, non valorizzando quindi la solitudine e l'isolamento. La società ci spinge altrove, lontano dalle nostre vere spiagge, e i risultati di questo naufragio e di questa distorsione molti sociofobici e introversi, come me, l'hanno provato sulla propria pelle; pochi, però, forse aprono gli occhi a una verità lapalissiana come quella che ci propone Jung: la solitudine e l'isolamento, in certe dosi, per essere se stessi.
C'è chi si adatta a cose lontanissime dal proprio carattere, c'è chi apre gli occhi a semplici verità. A ognuno il suo. Non mi resta che augurare a ogni essere umano di ritrovare la sua meta nel mare di questo mondo.
Giacomo Tessaro
" [...] una certa solitudine e un certo isolamento sono le condizioni di vita indispensabili per il benessere nostro e degli altri, altrimenti non si può essere sufficientemente se stessi."
È una verità che molti sociofobici e introversi non comprendono, non valorizzando quindi la solitudine e l'isolamento. La società ci spinge altrove, lontano dalle nostre vere spiagge, e i risultati di questo naufragio e di questa distorsione molti sociofobici e introversi, come me, l'hanno provato sulla propria pelle; pochi, però, forse aprono gli occhi a una verità lapalissiana come quella che ci propone Jung: la solitudine e l'isolamento, in certe dosi, per essere se stessi.
C'è chi si adatta a cose lontanissime dal proprio carattere, c'è chi apre gli occhi a semplici verità. A ognuno il suo. Non mi resta che augurare a ogni essere umano di ritrovare la sua meta nel mare di questo mondo.
Giacomo Tessaro
domenica 12 gennaio 2020
Continuiamo il viaggio
Come spesso capita, anche a blogger molto più attivi, solerti e famosi di me, questo blog è rimasto anche troppo tempo inattivo. Non che nel frattempo la mia vita si sia fermata, grazie al Divino: sono stato attivo più che mai, anche nella vita fuori dal Web, e anche di questo sono grato al Divino. Ne parlerò a tempo debito. Ho un progetto di rilancio di questo blog piuttosto ambizioso, e sto cercando di coinvolgere alcuni miei amici, come Tomas, che già mi sta suggerendo degli spunti da pubblicare.
Spesso in questo blog ho accennato (se mai sia possibile farlo) al Tao: e il Tao ho ricevuto, non leggendo un articolo, ma "nella vita reale", in un tempio di Roma. Anche di questo renderò conto, possibilmente assieme a un mio amico, "compagno di Tao", compagno nella Via e padrino di battesimo.
I tempi del Gruppo chiuso. Per persone chiuse, gestito da Mauro, sono ormai lontani, da tempo sono fuori senza rimpianti, ma grazie ad esso ho potuto conoscere gente che, a distanza di tre anni e mezzo, sento ancora, e altre persone di cui conservo un bel ricordo, pur essendosi perse. Anch'esse sono una traccia che mi ha lasciato il Divino.
Continuo quindi il viaggio, anzi, lo continuiamo, perché ora spero di essere, meno di prima, una voce che grida nel deserto.
Giacomo Tessaro
Spesso in questo blog ho accennato (se mai sia possibile farlo) al Tao: e il Tao ho ricevuto, non leggendo un articolo, ma "nella vita reale", in un tempio di Roma. Anche di questo renderò conto, possibilmente assieme a un mio amico, "compagno di Tao", compagno nella Via e padrino di battesimo.
I tempi del Gruppo chiuso. Per persone chiuse, gestito da Mauro, sono ormai lontani, da tempo sono fuori senza rimpianti, ma grazie ad esso ho potuto conoscere gente che, a distanza di tre anni e mezzo, sento ancora, e altre persone di cui conservo un bel ricordo, pur essendosi perse. Anch'esse sono una traccia che mi ha lasciato il Divino.
Continuo quindi il viaggio, anzi, lo continuiamo, perché ora spero di essere, meno di prima, una voce che grida nel deserto.
Giacomo Tessaro
domenica 4 novembre 2018
L'Infinito
Un lungo giro a piedi durante una domenica di ottobre. Una bella giornata, il sole abbastanza velato dalle nuvole, o piuttosto foschia, ma sembra quasi estate: le nuvole in cielo sembrano vapori di piena estate, esco senza problemi in bermuda.
Passo per una strada carrozzabile che corre, con molte curve, in mezzo a un bosco; è una strada quasi sempre deserta, perché conduce a un piccola frazione abbastanza isolata, senza altri collegamenti con altri centri abitati che quella strada e un sentiero, che in questa domenica ho intenzione di percorrere. Cammino guardando per terra, come mio solito, a tratti alzo la testa e osservo il muro di alberi alla mia destra; all’improvviso sento un campanile battere le due. Tra gli alberi alla mia destra intravedo la valle più in basso: da quel poco che intuisco, il sole si è fatto largo tra la foschia e la valle sembra brillare di un’estate fuori stagione. Non so che campanile abbia suonato: da altri punti imprecisati, altri campanili battono la stessa ora. All'improvviso sono trasportato molto indietro nel tempo, negli anni della mia infanzia, o poco più in là, quando sognavo paesi scintillanti sulle colline, città ridenti sotto il sole, una vita piena e bella, piena di avventure che mi avrebbero condotto alla felicità e bella perché vissuta nella serenità e nella gioia. Il tempo in quegli attimi è scomparso, e la sensazione di essere catapultato indietro in un’epoca in cui la speranza e l’ottimismo, pur molto minori rispetto ad oggi, avevano un sapore che oggi rimpiango, perché erano impregnati di ingenuità e spensieratezza, mi ha sopraffatto nella sua semplicità e nella sorpresa di cosa non cercata.
Mentre torno indietro, verso casa, alla fine della passeggiata, mi siedo su una panchina per riposare, su un piccolo spiazzo contornato da una chiesetta, alcune case e campi. È una delle mete preferite delle mie escursioni casalinghe. Contemplando i dintorni di quel luogo scorgo paesini adagiati sulle colline boscose, in lontananza: non sono nemmeno sicuro di che paesi si tratti. Un’altra sensazione molto forte mi prende l’animo: il tempo si ferma, non scorre più, gli orologi non hanno più senso, né lo scorrere delle stagioni: è un eterno pomeriggio, un'eterna stagione in cui non sai se è autunno o estate, un assaggio di eternità, sono un fuggevole assaggio, ma reale e concreto al mio spirito.
Dopo pochi minuti, il momento più difficile: prima o poi l’incanto si deve spezzare, non si può rimanere eternamente in estasi nell’eternità. Devo alzarmi e rientrare a casa, ma con nel cuore una goccia di Infinito.
Il sole pallido e velato
ma caldo
mentre sono per strada.
Battono le due
e la valle tutta
risuona di campane diverse,
ognuna con la sua voce.
Domenica in cammino,
una sterminata estate in ottobre.
La valle è mia,
mi appartiene fin dall’infanzia.
Cammino per strada e nel tempo
fino a che il tempo non si cancella.
Giacomo Tessaro
Passo per una strada carrozzabile che corre, con molte curve, in mezzo a un bosco; è una strada quasi sempre deserta, perché conduce a un piccola frazione abbastanza isolata, senza altri collegamenti con altri centri abitati che quella strada e un sentiero, che in questa domenica ho intenzione di percorrere. Cammino guardando per terra, come mio solito, a tratti alzo la testa e osservo il muro di alberi alla mia destra; all’improvviso sento un campanile battere le due. Tra gli alberi alla mia destra intravedo la valle più in basso: da quel poco che intuisco, il sole si è fatto largo tra la foschia e la valle sembra brillare di un’estate fuori stagione. Non so che campanile abbia suonato: da altri punti imprecisati, altri campanili battono la stessa ora. All'improvviso sono trasportato molto indietro nel tempo, negli anni della mia infanzia, o poco più in là, quando sognavo paesi scintillanti sulle colline, città ridenti sotto il sole, una vita piena e bella, piena di avventure che mi avrebbero condotto alla felicità e bella perché vissuta nella serenità e nella gioia. Il tempo in quegli attimi è scomparso, e la sensazione di essere catapultato indietro in un’epoca in cui la speranza e l’ottimismo, pur molto minori rispetto ad oggi, avevano un sapore che oggi rimpiango, perché erano impregnati di ingenuità e spensieratezza, mi ha sopraffatto nella sua semplicità e nella sorpresa di cosa non cercata.
Mentre torno indietro, verso casa, alla fine della passeggiata, mi siedo su una panchina per riposare, su un piccolo spiazzo contornato da una chiesetta, alcune case e campi. È una delle mete preferite delle mie escursioni casalinghe. Contemplando i dintorni di quel luogo scorgo paesini adagiati sulle colline boscose, in lontananza: non sono nemmeno sicuro di che paesi si tratti. Un’altra sensazione molto forte mi prende l’animo: il tempo si ferma, non scorre più, gli orologi non hanno più senso, né lo scorrere delle stagioni: è un eterno pomeriggio, un'eterna stagione in cui non sai se è autunno o estate, un assaggio di eternità, sono un fuggevole assaggio, ma reale e concreto al mio spirito.
Dopo pochi minuti, il momento più difficile: prima o poi l’incanto si deve spezzare, non si può rimanere eternamente in estasi nell’eternità. Devo alzarmi e rientrare a casa, ma con nel cuore una goccia di Infinito.
Il sole pallido e velato
ma caldo
mentre sono per strada.
Battono le due
e la valle tutta
risuona di campane diverse,
ognuna con la sua voce.
Domenica in cammino,
una sterminata estate in ottobre.
La valle è mia,
mi appartiene fin dall’infanzia.
Cammino per strada e nel tempo
fino a che il tempo non si cancella.
Giacomo Tessaro
mercoledì 31 ottobre 2018
Tao
Immensa Via primigenia
portami lì dove i passi non servono più.
Valle oscura e profonda
come un grembo.
Non so se per raggiungerti
devo incamminarmi
oppure restare nella mia stanza.
Ma questo so:
che la meta che intravedo da lontano
in realtà è il luogo in cui sto.
Giacomo Tessaro
portami lì dove i passi non servono più.
Valle oscura e profonda
come un grembo.
Non so se per raggiungerti
devo incamminarmi
oppure restare nella mia stanza.
Ma questo so:
che la meta che intravedo da lontano
in realtà è il luogo in cui sto.
Giacomo Tessaro
martedì 30 ottobre 2018
Fratello di disabile? Cosa vuol dire?
Propongo, con qualche revisione e aggiunta, un mio scritto di qualche anno fa su un'esperienza umana particolare, quella di fratello/sorella di persona disabile, spesso in Italia chiamati Siblings (la parola inglese che designa sia il fratello che la sorella).
Essere fratello di un fratello disabile è un mestiere che nessuno ti insegna. In realtà questa è una cosa ovvia, ma quanti di voi hanno mai pensato a una cosa del genere? Quanti possono dire di avere fatto questa esperienza? Faccio fatica a dire, quando accenno al fatto che ho un fratello, che è “disabile”. Non sempre me la cavo bene nella comunicazione verbale, e così butto lì la sua disabilità in maniera brusca, senza nessi apparenti con il tema del discorso. Il fatto che il fratello è disabile dovrebbe cambiare qualcosa all'universale esperienza di essere fratello? A naso direi di sì, ma è una mia idea: le persone che conoscono me e non conoscono mio fratello non sanno nulla di questa esperienza, di questa variazione del tema dell'essere fratello, e così non dicono nulla, solitamente sembrano non recepire l'informazione e ci passano sopra, al massimo mi chiedono cosa fa o cos'ha (ed è tutt'altro che facile da spiegare, anche se mi sono nel tempo preparato una risposta standard). Molti non lo vengono nemmeno a sapere perché, come dire, l'informazione non sembra attinente alle nostre conversazioni: raramente parlo della mia famiglia e il mio grado di apertura su questo argomento varia a seconda della sensibilità e del vissuto dell'interlocutore.
Le persone che conoscono superficialmente me e bene mio fratello sono in grado di intuire qualcosa, ma dubito che colgano veramente qualche aspetto del nostro rapporto, così non dicono nulla in proposito, anche perché raramente mi capita di parlare con loro: la rete di rapporti di mio fratello, oltre ad essere molto più estesa della mia (perlomeno all'interno del paese in cui viviamo) è anche e soprattutto nettamente distinta: difficilmente frequentiamo gli stessi ambienti, e credo che, in questa seconda categoria, siano numerose le persone che mi guardano con una certa diffidenza. Sono quindi molte le persone che frequentano mio fratello e non me, e mi piacerebbe sapere cosa pensano davvero di lui, intavolare uno scambio di idee alla luce delle diverse esperienze (di fratello e di amico o conoscente o parente meno stretto), ma a dire il vero non ci tengo particolarmente a contattarle, così rimango nella mia relativa incertezza, ben sapendo che mio fratello si fa benvolere quasi da tutti, quando non viene preso in giro o non gli partono i cinque minuti. Mi fa piacere che queste persone siano generalmente in grado di gestire il rapporto con un disabile intellettivo, sebbene non eccessivamente problematico come mio fratello. Poi ci sono le persone esperte in tema di disabilità (terapisti ed educatori) che hanno a che fare con lui, che raramente conoscono me se non di vista o di nome, con le quali quindi è un po' difficile lo scambio di opinioni vista la mia assoluta riservatezza nei confronti di chi frequenta mio fratello (vedi sopra). Devo dire anche che questa categoria di persone mi mette alquanto in soggezione e mi fa rinunciare in partenza a una possibile amicizia; probabilmente, queste mi guardano con ancora maggiore diffidenza della seconda categoria.
Con qualche rara persona, rara perché preziosa, riesco ad aprirmi senza remore e con gioia; adoro parlare di mio fratello anche se lo faccio assai di rado. Devo scegliere bene le persone con cui farlo e non posso permettermi molti sbagli: sono sensibile ai fallimenti. Possono conoscerlo o meno, ma meglio meno (vedi sopra il punto riservatezza). Non occorre per forza vivere in prima persona tale esperienza se si ha una mente e un cuore preparati e intelligenti. Credo che chi accetta mio fratello così com'è sarà meglio preparato ad accettare i difetti e le mancanze di qualsiasi persona, quelle piccole disabilità che tutti noi abbiamo ricevuto alla nascita oppure abbiamo sviluppato con il passare del tempo. Chi dice di accettare me ma poi non accetta mio fratello, al contrario, credo che accetti solo una parte ben delimitata di me, spesso troppo stretta e tendenziosa, e non voglia vedere il quadro generale di quello che sono. Sono convinto che questa sia una conclusione anche troppo ovvia per un fratello o una sorella di persona disabile; chissà quanti di noi ci sono dovuti arrivare da soli, nella solitudine e nell'incomprensione, a seguito di amare esperienze. Mi auguro però che questa sia una conclusione davvero condivisa, che unisca noi fratelli e sorelle (siblings) e ci unisca ai nostri fratelli e sorelle, noi che sappiamo cosa sia questa esperienza così diversa.
Per saperne di più:
https://www.disabili.com/aiuto/articoli-qaiutoq/28164-siblings-quando-ad-avere-una-disabilita-e-il-fratello-
https://www.disabili.com/aiuto/articoli-qaiutoq/siblings-vuol-dire-solo-fratelli-e-sorelle
www.siblings.it
Giacomo Tessaro
Essere fratello di un fratello disabile è un mestiere che nessuno ti insegna. In realtà questa è una cosa ovvia, ma quanti di voi hanno mai pensato a una cosa del genere? Quanti possono dire di avere fatto questa esperienza? Faccio fatica a dire, quando accenno al fatto che ho un fratello, che è “disabile”. Non sempre me la cavo bene nella comunicazione verbale, e così butto lì la sua disabilità in maniera brusca, senza nessi apparenti con il tema del discorso. Il fatto che il fratello è disabile dovrebbe cambiare qualcosa all'universale esperienza di essere fratello? A naso direi di sì, ma è una mia idea: le persone che conoscono me e non conoscono mio fratello non sanno nulla di questa esperienza, di questa variazione del tema dell'essere fratello, e così non dicono nulla, solitamente sembrano non recepire l'informazione e ci passano sopra, al massimo mi chiedono cosa fa o cos'ha (ed è tutt'altro che facile da spiegare, anche se mi sono nel tempo preparato una risposta standard). Molti non lo vengono nemmeno a sapere perché, come dire, l'informazione non sembra attinente alle nostre conversazioni: raramente parlo della mia famiglia e il mio grado di apertura su questo argomento varia a seconda della sensibilità e del vissuto dell'interlocutore.
Le persone che conoscono superficialmente me e bene mio fratello sono in grado di intuire qualcosa, ma dubito che colgano veramente qualche aspetto del nostro rapporto, così non dicono nulla in proposito, anche perché raramente mi capita di parlare con loro: la rete di rapporti di mio fratello, oltre ad essere molto più estesa della mia (perlomeno all'interno del paese in cui viviamo) è anche e soprattutto nettamente distinta: difficilmente frequentiamo gli stessi ambienti, e credo che, in questa seconda categoria, siano numerose le persone che mi guardano con una certa diffidenza. Sono quindi molte le persone che frequentano mio fratello e non me, e mi piacerebbe sapere cosa pensano davvero di lui, intavolare uno scambio di idee alla luce delle diverse esperienze (di fratello e di amico o conoscente o parente meno stretto), ma a dire il vero non ci tengo particolarmente a contattarle, così rimango nella mia relativa incertezza, ben sapendo che mio fratello si fa benvolere quasi da tutti, quando non viene preso in giro o non gli partono i cinque minuti. Mi fa piacere che queste persone siano generalmente in grado di gestire il rapporto con un disabile intellettivo, sebbene non eccessivamente problematico come mio fratello. Poi ci sono le persone esperte in tema di disabilità (terapisti ed educatori) che hanno a che fare con lui, che raramente conoscono me se non di vista o di nome, con le quali quindi è un po' difficile lo scambio di opinioni vista la mia assoluta riservatezza nei confronti di chi frequenta mio fratello (vedi sopra). Devo dire anche che questa categoria di persone mi mette alquanto in soggezione e mi fa rinunciare in partenza a una possibile amicizia; probabilmente, queste mi guardano con ancora maggiore diffidenza della seconda categoria.
Con qualche rara persona, rara perché preziosa, riesco ad aprirmi senza remore e con gioia; adoro parlare di mio fratello anche se lo faccio assai di rado. Devo scegliere bene le persone con cui farlo e non posso permettermi molti sbagli: sono sensibile ai fallimenti. Possono conoscerlo o meno, ma meglio meno (vedi sopra il punto riservatezza). Non occorre per forza vivere in prima persona tale esperienza se si ha una mente e un cuore preparati e intelligenti. Credo che chi accetta mio fratello così com'è sarà meglio preparato ad accettare i difetti e le mancanze di qualsiasi persona, quelle piccole disabilità che tutti noi abbiamo ricevuto alla nascita oppure abbiamo sviluppato con il passare del tempo. Chi dice di accettare me ma poi non accetta mio fratello, al contrario, credo che accetti solo una parte ben delimitata di me, spesso troppo stretta e tendenziosa, e non voglia vedere il quadro generale di quello che sono. Sono convinto che questa sia una conclusione anche troppo ovvia per un fratello o una sorella di persona disabile; chissà quanti di noi ci sono dovuti arrivare da soli, nella solitudine e nell'incomprensione, a seguito di amare esperienze. Mi auguro però che questa sia una conclusione davvero condivisa, che unisca noi fratelli e sorelle (siblings) e ci unisca ai nostri fratelli e sorelle, noi che sappiamo cosa sia questa esperienza così diversa.
Per saperne di più:
https://www.disabili.com/aiuto/articoli-qaiutoq/28164-siblings-quando-ad-avere-una-disabilita-e-il-fratello-
https://www.disabili.com/aiuto/articoli-qaiutoq/siblings-vuol-dire-solo-fratelli-e-sorelle
www.siblings.it
Giacomo Tessaro
sabato 2 giugno 2018
Cura amorevole
Dio che sei Amore e Dea che sei Cura Amorevole, il nostro egocentrismo appanna il nostro spirito e getta un’ombra sulle nostre parole e azioni; fa’ che raggiungiamo un equilibrio tra la contemplazione dei tesori della nostra interiorità e le esigenze d’affetto e di aiuto che il prossimo ci pone davanti. Ci hai posti qui, in questa vita, non solo per realizzare noi stessi, ma anche per aiutare altri a vedere dentro di sé le ricchezze della propria anima. Rendici in grado di essere una benedizione per alcune persone, se non ci sarà concesso esserlo per il mondo intero, e non farci trascurare i nostri fratelli e sorelle animali e vegetali: anche loro hanno bisogno della nostra amicizia e benevolenza. Non farci dimenticare la Terra, che è il Tuo corpo, la Tua forma che a noi è dato percepire. Donaci la capacità del rispetto e della cura amorevole, perché tutto questo sei Tu ed è in Te, come sei anche in noi.
Giacomo Tessaro
Giacomo Tessaro
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